Di Francesco Michele Poti

26 Ottobre 2020

Durante le ultime settimane abbiamo assistito ad una fiumara di atti normativi sparati a raffica dal Governo come fossero circolari di una scuola superiore.

È inutile assumere posizioni moderate, soprattutto in casi di emergenza.
O si vede tutto bianco o tutto nero. A fronte di un malessere generalizzato e diffuso, non ci si può permettere di dire “non è colpa di nessuno”.

Ad un giorno dalla ennesima diretta del Presidente del Consiglio, il messaggio trasmesso è stata la penosa deriva autoritaria di un Governo allo sbando, composto da politici improvvisati e da fantomatici tecnici ed esperti che “agiscono nell’ombra”,  dietro le quinte, imponendo misure a 60 milioni di persone dall’alto dei loro stipendi da decine di migliaia di euro.

Si, perché se è vero che un titolo di studio non fa le competenze di una classe dirigente, è vero anche che una accentuata nota di cultura e lungimiranza  rispetto alla ideologia di massa ti permette di vedere un po più al di là del tuo naso, molto spesso.

Ebbene, in questa inconsistente  figura autoritativa del governo – il quale è chiamato ad essere l’unico, esclusivo e concreto organo tecnico delle decisioni che riguardano il Paese (non a caso chiamato esecutivo) – alcuni ministri e lo stesso Presidente del Consiglio si affidano, oggi, a comitati di Dirigenti Amministrativi, pagati fior fior di soldi pubblici, per arrivare ad affidarsi persino agli influencer di tendenza per trasmettere la validità  nientemeno chè dei contenuti dei propri atti aventi forza di legge, almeno per quanto riguarda un certo target della popolazione.

È il riguardoso e delicato problema dell’equilibrio di potere:
Quando non c’è l’autorità, la legge non basta.

In effetti, uno degli elementi che differenzia la legge da un normale foglio di carta scritto è il criterio formale dell’organo che provvede alla sua emanazione.
Il sempreverde principio di legalità ci dice che non si può avere legge se ad emenarla non è un organo individuato e legittimato dalla legge stessa.

Il problema, però, oggigiorno non attiene in senso stretto al principio di legalità – già minato su ogni fronte – quanto al conseguente principio di autorità politica, che ad esso è collegato.
Una legge senza alcuna sostanzialità prescrittiva può essere considerata come una altrettanta legge “valida”?
Sicuramente sarà valida, tuttavia inefficace.
E se una legge è inefficace non vi è elemento, al di fuori di quello formale, per distinguerla di fatto da un normale pezzo di carta scritto.

Intanto le vicende del mondo non si fermano con la mancata comprensione delle misure anti – epidemia da dover attuare a livello nazionale.
18 pescatori italiani sequestrati in Libia ormai da un mese, ancora non si può fare luce sulla vicenda Giulio Regeni. Il sistema scolastico è nel caos, le attivita produttive della piccola e media impresa, anche. Le città protestano per l’atteggiamento del Governo nei confronti delle già precarie attività produttive messe a dura prova.

Tuttavia, a fronte di tutto ciò, la più grande priorità resta l’emanazione dell’ennesimo Dpcm contenente prescrizioni che ci addossano la colpa di una malagestione che, forse, non ha precedenti nella storia del nostro Stato.

La frammentazione del potere politico la guardiamo dall’interno.
Un Governo che si affida ad un comitato tecnico scientifico, formato, a quanto pare, da tecnici e da scientifici – usando le parole di Diego Bianchi – che, ben nascosti all’interno del complesso reticolo burocratico, reggono le redini della vita di milioni di imprese, studenti e lavoratori.

Una serie di Task forces dalla dubbia provenienza e dalla ancor più dubbia funzione che sembrano esistere solo per aumentare quei costi della politica che un fantomatico partito di insulsi personaggi voleva ridurre drasticamente.

Come se Ministri, sottosegretari, funzionari di gabinetto; consiglieri, funzionari di dipartimento, di direzione generale, reparti, divisioni e sezioni non bastassero ancora.

Quanti condizionali esistono nelle azioni che avrebbero davvero potuto aiutare ad allentare la morsa dei contagi: trasporto pubblico, accesso regolato in piazze e centri di Aggregazione, flessibilità di orari e sedi scolastiche.
Tutte le grandi città d’Italia ne sono testimoni.

Ed invece, nulla di tutto questo è stato compiuto.

Il modello italiano fallisce e si sgretola sotto i colpi di una visione semplicistica del governo di una nazione che accompagna tutti i più importanti, e discutibili, personaggi dell’attuale esecutivo.

Si pensi solamente alla spesa per la “messa in regola” delle scuole in vista delle lezioni di settembre: quasi un miliardo di euro per i banchi a rotelle e relative attrezzature, al fine di compiere appena 20 giorni di lezioni in presenza.

Il drastico aumento dei casi ha riportato il Governo alla realtà come uno schiaffo venuto dal cielo.

“Come sarebbero potuti essere spesi quei soldi?”, viene da chiedersi.

Una domanda alla quale non serve più risposta. Gli ospedali di alcuni territori sono quasi al collasso, altri all’estremo. Focolai di malcontento generano quella “seconda epidemia” che alcuni autorevoli giornali già identificano.

L’attuale esecutivo sembra agire nella deresponsabilizzazione più becera.
Come se, tra qualche anno, nessuno potesse ricordare ciò che in questi giorni descrive l’inettitudine dei politici chiamati ad affrontare la prima vera emergenza dopo la seconda grande guerra. Questa critica è supportata dalle parole scelte per perfezionare l’ultimo Dpcm emanato dal CDM, le quali sfuggono dalla sfera prescrittiva, addossando il peso delle conseguenze sociali dell’oggetto di legiferazione al solo comportamento dei cittadini destinatari.

Una cosa sola è certa.
Con il Governo della XVIII Legislatura, la politica ha perso la fiducia dei suoi destinatari, trascinando con sé il valore della Scienza.

Un problema nel rapporto tra Autorità e Fiducia nelle istituzioni che sarà difficile poter ricucire.

di Francesco Michele Poti

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