Il ricorrere del cinquantunesimo anniversario dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/70) incoraggia l’elaborazione di analisi e riflessioni circa la natura, la portata e le prospettive future in tema di diritti di lavoratori.

La L.300/70 fa ingresso nel nostro ordinamento il 20 maggio 1970, con la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Senza tema di smentita si è trattato di uno degli interventi legislativi più significativi realizzati nel nostro paese in materia di diritto del lavoro.

Per capire a pieno l’importanza e la portata di questa legge è fondamentale collocarla dal punto di vista temporale in un contesto sociale e culturale che individuava un rapporto di lavoro molto diverso dall’attuale. Soltanto richiamando alla mente le condizioni di precariato e subordinazione cui erano obbligati i lavoratori, si può comprendere l’importante svolta politica, sociale e culturale che ha rappresentato per il nostro paese e che ha, inevitabilmente, influenzato le relazioni industriali, la contrattazione e il ruolo socio politico del sindacalismo.

La ricostruzione del nostro paese nonché il “miracolo economico” di quegli anni furono, infatti, pagati dal sacrificio, dalla fatica e dalla sofferenza dei lavoratori in un periodo in cui regnava l’autoritarismo, il comando, la gerarchia e i bassi salari. Si può affermare che, ai fini della ricostruzione dell’Italia, i lavoratori furono essenziali al pari di molti imprenditori. Vi è da evidenziare come, sebbene, nel corso degli anni lo Statuto abbia subito molti attacchi, il proprio impianto di natura dignitaria è rimasto inalterato. 

L’origine di questa legge è segnata un complesso di rivendicazioni sindacali e da dibattiti dottrinali sviluppatosi intorno alle questioni concernenti le limitazioni del potere di recesso del datore di lavoro dal rapporto di lavoro. L’espressione “statuto dei lavoratori” conferisce alla legge un’aura di speciale prestigio ed una particolare forza suggestiva tale da suggerire che tale dettato normativo possa godere di un posto preminente nella gerarchia delle fonti rispetto alle leggi ordinarie. È il lavoratore subordinato nell’impresa il destinatario delle norme contenuto nello Statuto e ciò al fine di garantire l’effettivo esercizio dei diritti costituzionali nella comunità del lavoro.

L’espressione “Statuto dei Lavoratori” fu usata per la prima volta in occasione del III Congresso della C.G.I.L. del 1952 ove vennero indicati i principi secondo i quali non si poteva in alcun modo ridurre o limitare l’applicazione dei diritti inviolabili contenuti nella Costituzione: il “padrone” poteva certamente esigere dal proprio dipendente una determinata prestazione lavorativa, per un determinato periodo di tempo ma solo a fronte di una data organizzazione e disciplina di lavoro. 

Di “Statuto dei Lavoratori” si parlò altresì nel dicembre 1963 nel programma del Governo Moro nel quale venne indicato il “fine di garantire libertà, dignità e sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Il progetto di legge risale tuttavia al Giugno 1969, a seguito dell’istituzione da parte del Ministro del lavoro Brodolini di una commissione di studio che ne elaborò una prima bozza sistematica, sottoponendo i relativi problemi all’esame delle associazioni sindacali. L’approvazione da parte delle due camere avvenne a larghissima maggioranza con dichiarazioni molto significative circa i propositi e le aspettative che suscitava questa legge. Il gruppo liberale del Senato ad esempio, premettendo le lacune e l’incompletezza dello Statuto, annunciò il voto favorevole “che non va tanto alle singole norme, ma va al principio al quale la legge stessa si ispira.”

Tale principio va ricercato nella volontà del legislatore di proteggere la parte più debole del rapporto di lavoro, vale a dire il prestatore di lavoro. Lo Statuto si articola in sei titoli, i quali, contengono, nell’ordine, norme concernenti la libertà e la dignità dei lavoratori (art. 1-13), la libertà sindacale (art. 14-18), l’attività sindacale (art. 19-27), disposizioni varie e generali (art. 28 – 32), il collocamento (artt. 33-34), le disposizioni finali e penali (art. 35-41). 

Il corpo normativo dello Statuto, a ben vedere, mira: da un lato a tutelare il lavoratore nel rapporto di lavoro, dall’altro a sostenere l’organizzazione e l’attività del sindacato nel contesto aziendale. Anche quest’ultima previsione permette la tutela dei lavoratori in quanto l’organizzazione sindacale nasce e si sviluppa come strumento di realizzazione degli interessi collettivi dei lavoratori. Come afferma D’Eufemia, infatti, l’organizzazione sindacale tende, con la forza del numero e della massa, a riequilibrare il minor peso contrattuale dei lavoratori nei rapporti di lavoro subordinato.

A più di cinquant’anni dall’entrata in vigore dello Statuto, a causa dei cambiamenti economici e sociali nonché delle riforme politiche che si sono succedute negli anni, l’efficacia normativa della legge si è sicuramente indebolita. Le nuove relazioni industriali hanno, inevitabilmente, condizionato il sistema produttivo portando ad una frammentazione del lavoro. Il nuovo assetto ha portato ad una serie di discriminazioni e diseguaglianze che hanno coinvolto pressoché tutto il mondo del lavoro, colpendo soprattutto le nuove categorie di lavoratori, sempre più numerosi ma privi di tutela.  

Si devono poi ricordare i numerosi tentativi del Governo Berlusconi di abolire l’art. 18, poi snaturato definitivamente dal Governo Monti con la Legge Fornero del 2012 e dal Governo Renzi con il Jobs Act. L’art. 18 ha rappresentato per circa 40 anni il cardine della disciplina limitativa dei licenziamenti. Prima della Riforma Fornero, ogni qualvolta il Giudice avesse accertato l’illegittimità di un licenziamento in caso di imprese con più di 15 dipendenti, avrebbe ordinato la reintegra nel posto di lavoro del dipendente ingiustamente licenziato. È facile comprendere il motivo per cui l’art. 18 abbia rappresentato il più efficace riconoscimento e la più ampia garanzia a livello individuale dei diritti e delle libertà enunciate dalla Statuto dei Lavoratori. 

Con la riforma Fornero del 2012 vi è stata una pesante rivisitazione della norma: si hanno quattro diversi regimi di tutela che si applicano gradatamente a seconda della gravità dei vizi che inficiano il licenziamento. Con il Jobs Act, infine, abbiamo addirittura un nuovo regime sanzionatorio per i licenziamenti illegittimi che limita ulteriormente le ipotesi di reintegra nel posto di lavoro e prevede come sanzione principale il pagamento di un’indennità risarcitoria. 

Ne deriva che, a seguito (ed a causa) di queste due riforme, il principio di stabilità del rapporto di lavoro, che prima veniva tutelato in ogni caso, è stato notevolmente depotenziato. 

Ciononostante, lo Statuto non ha perso il suo valore simbolico e rappresenta, ancora oggi, la base dei diritti fondamentali dei lavoratori. Appare evidente, tuttavia, la necessità di adeguarlo alle nuove esigenze del mercato del lavoro e dei nuovi soggetti che vi operano. 

Negli ultimi anni la CGIL, consapevole di questa esigenza, ha proposto l’istituzione di un nuovo statuto dei lavoratori ovvero la Carta dei Diritti Universali del Lavoro. Con tale “Carta” si vuole ridare diritti, democrazia e dignità al mondo del lavoro proteggendo tutte le tipologie contrattuali e non solo quelle del lavoro dipendente (si pensi al lavoro autonomo quasi completamente sprovvisto di tutele) contrastando le disuguaglianze, le discriminazioni e le divisioni che caratterizzano il mondo lavorativo odierno. In altre parole si è sentita l’esigenza di un nuovo progetto che riporti la Costituzione nel mondo del lavoro, come accadde con la L. 300/70, attraverso la riscrittura dei diritti e dei doveri che da esso derivano, e che sia adeguato ad una società che cambia sempre più velocemente.

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