Quando si parla di fatti politici, la moda della generale “indignazione” che alimenta le opinioni e descrive i tratti salienti della nostra storia recente, tende ad ingenerare in ogni persona  l’idea che una decisione legislativa debba essere valutata esclusivamente nell’ottica del “giusto” e dello “sbagliato”. Un esempio lo si trae scrutando a fondo all’interno della vasta nube polemica sollevata da entrambe le fazioni, dei sostenitori e dei contrari, del ddl Zan.

Un fatto, in particolare, spicca per aver destato una corrosiva agitazione in nome del riconosciuto senso di dignità comune. Protagonista ne è stato Fedez il quale, all’interno di un video registrato durante una telefonata con i vertici della RAI e da lui condiviso, porta sul piatto della discussione un sacrosanto, quanto attualissimo, problema, legato alla mentalità – sia politica che amministrativa – delle istituzioni pubbliche italiane. L’artista ha giustamente ribadito di quanto sia poco dignitoso il non poter esprimere il proprio pensiero durante una trasmissione pubblica, e di quanto sia addirittura vergognoso il fatto che l’amministrazione sia abituata a censurare, come prassi consolidata, le prese di posizione in ambito politico, tanto sulle idee di destra quanto su quelle di sinistra, che più coinvolgono o “indignano” la pubblica opinione. Come si può ascoltare dall’audio integrale, rimbalzato su varie testate giornalistiche online, uno degli autori del programma esordisce affermando che “questo è il sistema”, e ci si deve attenere.

Nomi e cognomi, quando si riferiscono a fatti verificati e di particolare rilevanza sociale, devono essere citati (impresse sulle porte di Roma resteranno le memorabili parole “Adesso devo fare nomi e cognomi”) ed ognuno può – e deve – prendersi la responsabilità di quello che dice (ricordiamo che la responsabilità penale è personale).

La domanda più importante che tuttavia è necessario porsi, al di là della ragionevolezza o della “adeguatezza” delle affermazioni sostenute in un programma pubblico, attiene al contesto all’interno del quale prendono vita le polemiche del momento storico. In occasione di eventi pubblici e destinati a scopi storici comunemente sentiti (dalla ricorrenza in onore dei lavoratori a quella per le vittime di mafia) è davvero necessario che ogni fatto politico, a partire dalla propaganda costante fino ad arrivare alla pubblicazione di libri da parte di ministri e portavoce, debba essere trasmesso all’opinione pubblica sotto forma di spettacolo?

Chi esprime opinioni su un atto giuridico dimentica una grande ed unica regola quando si parla di diritto. Ogni questione giuridica necessita di una profonda analisi di tutte le sue componenti, riferibili ad ogni sua fattispecie di applicazione, invece della frettolosa sintesi morale sulle posizioni del “è bene” e del “è male”, per poterla giudicare “giusta” o “non giusta”. Le posizioni estreme del torto e della ragione non possono essere valide in questi casi.

Alimentare lo spettacolo legato alle posizioni assunte su fatti legislativi non fa altro che minimizzare le idee che questi esprimono e gettarle, di conseguenza, alla mercè di opinioni momentanee, fondate o su impeti emotivi o su vana gloria personale, piuttosto che sul senso critico della giustizia e della sua più efficace ed efficiente applicazione sociale. Da questa macchina bestiale, che alimenta la continua propaganda e la continua necessità di gettare violentemente in faccia al pubblico la ragione ed il torto, nascono personaggi “epici” come Simone Pillon, noto (sic!) senatore della Repubblica. E tutti vorremmo che ci fossero meno Simone Pillon in Parlamento e non, si badi bene, a causa del suo orientamento politico, bensì per la pochezza costruttiva delle opinioni che egli esprime. D’altro canto, una legge non può essere considerata come giusta o sbagliata in ragione dei principi morali che essa esprime. È necessario che essa sia valutata in ragione del suo insieme, che comprende oltretutto i suoi metodi di applicazione.

Insomma, ripartiamo dallo studio del diritto, di quello vero, di quello che serve a generare idee di solida cultura critica, e non solo per spettacolarizzare le idee dell’ultimo momento. Lasciamo dunque alla Televisione italiana ed ai suoi VIP i temi dell’intrattenimento, oppure arricchiamo il palinsesto di eventi e programmi dedicati alla cultura, alla storia, al diritto, ma con gli strumenti propri di ogni ambito di discussione.

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