Per poter prendere una posizione sull’attuale guerra in Palestina dovrebbero essere rintracciate le ragioni storiche di un conflitto che è più grande e più antico di noi che scriviamo e leggiamo. I fatti storici sono alla portata di tutti, e può essere agevolmente compreso come il torto e la ragione si siano vicendevolmente scambiati a seconda degli interessi storici delle grandi nazioni belligeranti.

Già dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, vi furono corridoi umanitari che permisero a centinaia di migliaia di ebrei di fuggire dall’Europa verso la Palestina – la quale, dal 1920, era sotto l’amministrazione inglese, e lo rimase fino al 1948, anno del riconoscimento dello Stato legittimo di Israele. D’altro canto, è storicamente provato in che modo l’antisemitismo storico, che affliggeva – già da quel tempo e da molto prima – l’intero tessuto sociale europeo, abbia favorito questa emigrazione al di fuori del continente.

Da quel momento in poi, l’ Europa decise la sorte dei popoli stanziati in quelle terre. Gli arabi, fortemente contrari all’istituzione di uno stato ebraico nei propri confini, Il 15 maggio 1948, invasero la Palestina per cercare di annientare lo Stato di Israele. Dopo aspre battaglie, gli israeliani riuscirono a respingere l’attacco giordano che aveva messo sotto assedio Gerusalemme ed a fermare quello egiziano a soli 78 chilometri da Tel Aviv. Al termine degli scontri, nelle mani dei palestinesi rimase solo metà del territorio loro assegnato dall’ Onu. Da allora, la legittima difesa dello Stato di Israele si è trasformata da una necessaria volontà di identificazione nazionale, in una sistematica azione militare orientata alla conquista dei territori limitrofi.

Lo stesso Stato che rivendicava il proprio spazio di vita, oggi, a distanza di quasi ottant’ anni, continua a toglierlo progressivamente ad altri popoli. Così successe dal 1967 in poi (periodo successivo alla “guerra dei sei giorni”), mentre la storia recente ci rimanda ai fatti del 2008, 2012, 2014 (“Margine Protettivo”). I Palestinesi utilizzano storicamente il termine Nakba (catastrofe) per definire, in lingua araba, l’esodo che più di 70 anni fa affrontarono centinaia di migliaia abitanti della Palestina, cacciati via o fuggiti dalla loro terra nel 1948.

Se dietro la giustificazione che si esprime sulla condotta di Israele vi è la motivazione di non poter ammettere come “legittima difesa” una manifestazione di violenza definita come “terroristica”, risulta d’altro canto lecito chiedersi: “Come è possibile vivere in pace quando confiscano le tue terre, la tua casa viene demolita, i coloni moltiplicano gli insediamenti e ogni giorno viene eretto, oltre il Muro – che divide Gerusalemme in zona ebraica e zona araba – un reticolato di divieti di cemento difesi con il mitra spianato? La terra viene divorata, i monumenti della tua cultura sono vietati e si cambia la faccia del mondo che conoscevi: tutto questo avviene sotto occupazione militare, cioè contro il diritto internazionale.“(1). Israele vive, da noi pienamente tollerato, nella condizione di uno Stato imperialista ed i palestinesi, a causa soprattutto di Hamas, sono perpetuamente nella lista nera dei popoli considerati criminali.

Assistiamo inermi, come cittadini, a conflitti che non sono meno duri e sanguinosi di quanto siano stati nell’ultimo secolo in quelle terre. Tuttavia, oggi come allora – e molto peggio di allora – lo scontro si combatte ad armi impari. Il fragoroso silenzio dell’Europa e le ipocrite prese di posizione dei partiti italiani non sono altro che il risultato di una mancata comprensione storica del fatto che l’Occidente sia stato complice e finanziatore degli atroci conflitti che sferzano il Medio Oriente da oltre 60 anni.

Guerre che hanno alimentato una ormai insanabile frattura sociale tra popoli, sfociata in una violenta rivolta – una prassi ormai consolidata in Medio Oriente per la spartizione del potere – nelle città israeliane che computano una larga presenza araba. Così succede a Lod, dove gruppi di cittadini israeliani si radunano per andare “a caccia di arabi” ed i linciaggi tra le due fazioni sono all’ordine del giorno, tra pestaggi collettivi ed assalti a sinagoghe e moschee (2). E’ una guerra tra poveri che esula dalle sole ragioni religiose, poste, dal sistema culturale occidentale, a base dello scontro.

I militari israeliani intanto ammassano mezzi da guerra lungo il confine di terra e da settimane conducono raid aerei che hanno portato all’uccisione di centinaia di civili. Le autorità ripetono che quasi tutti i morti palestinesi erano miliziani armati. “Ed invece i comunicati riportano di interi edifici di dieci o quindici piani che, colpiti da missili, crollano accartocciandosi” (3). A Gaza non esistono più le sedi delle Tv Al Jazeera e della statunitense Ap, mentre gli sfollati salgono ad oltre 10mila.

La Palestina è il cuore internazionale della crisi provocata dal nostro “sistema di interessi”, che promuove la guerra in zone lontane da casa nostra, ma non ne cura le conseguenze, purché continui indisturbato il nostro modello di sviluppo. Al confine tra Turchia e Grecia, migliaia di migranti vengono ogni giorno bloccati, arrestati o, peggio, feriti e uccisi dai soldati e dalla polizia (4).

Non basta più dire che entrambi i popoli hanno diritto a vivere in pace. Non bastano più le “burattinate” dei rappresentanti politici che fingono di “sentire” quello che sta accadendo.  La vergognosa scenetta del segretario del PD, Enrico Letta, in piazza a Roma insieme a Salvini per difendere i “diritti” di Israele, il 14 maggio, è la dimostrazione della triste ipocrisia che aleggia sulla nostra comprensione degli eventi. La soluzione non può essere ravvisata nell’attesa che un popolo o l’altro scompaiano, affinché si arrivi alla pace.

Referenze:

(1) A. NEGRI, La Guerra Promessa – Cade la maschera di Tel Aviv e anche la nostra, 16 maggio 2021.

(2) M. GIORGIO, Riserva di Caccia – Assalti alle case palestinesi, Gaza verso l’operazione di terra”, 14 maggio 2021

(3) Silenzio Stampa, Israele bombarda i media, Il Manifesto, 16 maggio 2021.

(4) V. NICOLOSI, Mille soldati per impedire il ritorno dei migranti, 6 marzo 2020, e Caccia al rifugiato, al confine fuoco incrociato di Grecia e Turchia, 4 marzo 2020.

T. DI FRANCESCO, Un silenzio complice dell’orrore, 14 maggio 2020.

E. CAPORALE, Gaza, le ragioni di un conflitto infinito, 16 settembre 2014.

D. RANIERI, Immagina i Palestinesi senza Hamas, 18 maggio 2021.

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