Parlare, nell’attuale fase storica, di una politica comune digestione dell’immigrazione da parte dell’Unione europea può risultare paradossale, specie se si considera l’aggettivo “comune” e lo si confronta con le dichiarazioni e gli atteggiamenti, alquanto differenziati, che caratterizzano l’approccio dei governi degli Stati membri dell’Unione a tale riguardo. Proprio in ciò emerge la difficoltà per il giurista, posto dinanzi a una tematica che, prima ancora di tradursi in atti normativi, è strettamente connessa a scelte di tipo politico, che guardano all’ottenimento del consenso sul piano
dell’elettorato nazionale (dei diversi Stati UE) e sembrano meno interessati al raggiungimento di una concordia non di facciata a livello di istituzioni europee. Qui vi è il punto di debolezza dell’attuale fase dell’integrazione europea. L’Unione, per quanto abbia numerose competenze e incisivi poteri normativi, che le sono stati attribuiti dai suoi Stati membri, rimane uno strumento nelle loro mani e, di conseguenza, al fine di poter legiferare in maniera efficace ha bisogno di un loro consenso ampio (non necessariamente unanime). In una Unione a 28 (pendente Brexit), ancora scossa dai postumi della crisi economica e nella quale alcuni governi nazionali portano avanti atteggiamenti euro-scettici (o, come si usa dire, sovranisti), diviene difficile, assai più che in
passato, raggiungere questo ampio consenso, ma, al massimo, ci si accorda su soluzioni generiche di compromesso, scarsamente incisive. La gestione dell’immigrazione offre un evidente esempio di quanto appena rilevato. Nonostante gli Stati membri abbiano conferito all’Unione una competenza in questa materia attraverso i Trattati europei, nonché i mezzi per esercitarla, e nonostante abbiano, nel corso degli anni, faticosamente adottato normative comuni vincolanti per gli Stati membri, essa risulta inefficace. Si sommano qui, infatti, la scarsa collaborazione degli Stati, in particolare di alcuni tra quelli di prima accoglienza, nell’applicare queste regole e la scarsa volontà di altri Stati, meno esposti ai flussi di migranti, di condividere gli oneri dell’accoglienza stessa.
E allora risulta poco utile chiedersi se è meglio confermare o rinnovare il c.d. sistema di Dublino o le altre regole di diritto UE in tema di immigrazione. È poco utile scendere nel dettaglio della
disciplina normativa, se non si chiarisce un punto: la solidarietà tra gli Stati UE nella gestione della politica migratoria, la condivisione degli oneri, pur previste nei Trattati europei e quindi giuridicamente vincolanti per gli Stati membri, sono in grado di essere rese effettive? Al momento, la risposta è negativa, prevale l’egoismo in molti Stati, attenti ad “accarezzare” gli istinti peggiori delle loro opinioni pubbliche, mentre i migranti continuano a cercare di arrivare in Europa, a rischio di morire a migliaia (in mare o anche prima) o di essere “ospitati” nei terribili centri di detenzione libici. Molti dei Governi nazionali (e delle loro opinioni pubbliche) sembrano aver smarrito la radice ideale che portò i governanti europei, a pochi anni dalla II guerra mondiale, a mettere da parte egoismi e rivalità, sostituendo la logica della cooperazione a quella del confronto. Le elezioni per il Parlamento europeo del maggio 2019 potrebbero consegnare la fotografia di un’UE ancora più divisa da egoismi nazionali. Che i Padri fondatori ci assistano!

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