Dinnanzi all’epifania dell’ulteriore “governo-tecnico”, presieduto oggi da Mario Draghi, viene da chiedersi cosa debba intendersi con il termine “tecnico”, nel momento in cui si cerca di definire l’organo detentore del potere esecutivo.

Riavvolgendo il nastro storico della recente storia repubblicana, tale qualificazione fu data, in primis, al governo presieduto da Dini (1995-1996), e a seguire al governo Ciampi (1993-1994) e Monti (2011-2013). Tout court l’avvento del governo-tecnico trova la sua collocazione storica nel periodo della c.d. della Seconda Repubblica, per poi rafforzarsi a gran voce nell’attuale legislatura, definita dai più come l’inizio della Terza Repubblica. Risulta necessario tuttavia porsi interrogativi su cosa sia la tecnica e quali epifenomeni si registrano quando quest’ultima abita le stanze e determina le dinamiche del potere. 

Sovente la politica, a titolo giustificatorio, afferma – in tono tanto deciso quanto piuttosto “vacuo” – che tale scelta sia l’unica dimensione possibile per poter sfuggire alla stretta dell’ennesima crisi – oggi sanitaria, prima politica ed economica- che la realtà sociale nazionale presenta. Una Excusatio non petita, accusatio manifesta

Tali dogmi nascono dal presupposto che un governo “politico” sia inadatto (prescindendo dallo schieramento dei partiti) a governare in presenza dei c.d. “cigni neri” di Nassim Taleb. L’aspetto più oscuro sembra rintracciarsi in due direttrici: l’inadeguatezza dell’uomo politico nell’affrontare le contingenze straordinarie di un determinato momento storico, da un lato; il peso delle ideologie caratteristica primaria dei movimenti politici- nei confronti dell’agire esecutivo, dall’altro. 

Riguardo alla prima, sembra difficile credere che la politica, nella sua interezza, non sia adeguata all’esercizio dell’agire; appare più ovvio asserire che questa preferisca mascherarsi dietro profili professionali di alto spessore, al fine di evitare ripercussioni negative in sede elettorale. Decidere di non decidere o decidere senza apparire decisore; in entrambi i casi sembra tratteggiarsi un profilo distopico della democrazia.

Circa le ideologie, sembra curioso dover pensare che queste possano rappresentare una “zavorra” dell’agire. Così almeno sostengono gli attuali politici che invitano, ad esempio, a procrastinare il DDL Zan, perché ora è il momento del “fare”. L’ideologia, e quindi la politica, risultano di ostacolo non quando si scontrano internamente -prassi ben accetta tra la grammatica della democrazia- bensì quando si pongono in opposizione a ciò che politica non è. A tal proposito, inizialmente si percepivano come antagonisti di quest’ultima le forze economiche e religiose, escludendo che la tecnica potesse annoverarsi tra queste. La causa giustificatrice di tale esclusione la si rintracciava nelle prime definizioni che le vennero attribuite: «tecnica intesa come mezzo per il raggiungimento dello scopo specifico, ed escludente, di ogni singola forza.»  (E. Severino, Il destino della tecnica, Rizzoli 1998). Quest’ultima enunciazione non tiene però conto di un elemento precipuo della tecnica: la sua forza propulsiva atta a «costituirsi come apparato planetario» (ibidem), la quale le permette di elevarsi da mezzo delle altre forze a esplicito concorrente di quest’ultime.

Ciò comporta necessariamente una riconfigurazione semantica della tecnica, accuratamente fornita dalle parole del filosofo: “la tecnica mira non a uno scopo specifico ed escludente, bensì all’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi, che è insieme incremento indefinito della capacità di soddisfare bisogni” (ibidem).

Sulla scorta di tale definizione sembra più chiaro il motivo del rifugio della democrazia nella tecnica, in quanto unica reale difesa verso le altre forze; in particolare l’entità economica, la quale dopo l’avvento della caduta del muro di Berlino sembrava porsi sul podio del successo. 

Sovente, nella delineazione del rapporto tecnica-capitalismo vi sono state visioni diametralmente opposte a quella pocanzi illustrata. Tra queste, la più nostalgica identifica ancora la tecnica come strumento a servizio del capitalismo, presupponendo l’indissolubile legame tra colui che persegue il profitto -scopo del capitalismo- e colui il quale ne giova. Con l’epifania degli strumenti finanziari -in via esemplificativa si pensi ai c.d. derivati-, prodotti dall’ausilio della tecnica a favore del sistema capitalista, tale legame sembra essere sempre più labile.

Difatti, allo stato dell’arte, colui il quale giova del profitto è molto spesso foraneo dall’apparato dedito alla produzione. Si consideri come esempio il c.d. capital gain ovvero i fondi speculativi o gli assetti societari c.d. ad azionariato diffuso. 

Nell’ottica della definizione del rapporto tra tali forze, una terza posizione caldeggia l’idea di un sistema capitalista aperto a nuovi scopi, ulteriori e concorrenti, rispetto a quello del profitto. Tale visione compie evidentemente un errore logico, in quanto «l’agire è ciò che è in quanto ha un certo scopo, che se caducato comporta un’azione diversa» (ibidem).

Viene da chiedersi, alla luce di tale definizione della tacnica, quali epifenomeni essa possa comportare nel sistema democratico, poiché il parlamento ha inaugurato, con fierezza bipartisan, la chiamata alle armi di un esecutivo a trazione tecnocratica

D’emblée, verrebbe da chiedersi come il sistema democratico -e quindi il popolo- abbia reagito d’innanzi a tali eventi. A tal proposito, abbastanza esplicativa è la scelta di voto che gli italiani hanno espresso il 4 marzo 2018, recante l’attuale composizione parlamentare. Invero, vi è stata una decisa preponderanza verso quei partiti definiti dai più a “trazione populista”, posti in evidente dicotomia da quella che sarebbe una conformazione prossima ad una visione tecnica della gestione del potere.

Appare chiara la richiesta della popolazione di una politica maggiormente presente nelle stanze del potere. Ciononostante, è necessario non sottovalutare le molteplici derive negative che il populismo è in grado di produrre. Al riguardo, le parole del professore M. Revelli sembrano preannunciare con chiarezza la sua nocività: «Il populismo si manifesta quando un popolo non si sente rappresentato. È «malattia infantile» della democrazia quando i tempi della politica non sono ancora maturi. È «malattia senile» della democrazia quando i tempi della politica sembrano essere finiti. Come ora, qui, non solo in Italia» (Populismo 2.0, Einaudi 2017). 

Giunti al compimento del terzo anno dell’attuale legislatura, sembra oramai nitida la deriva distopica della politica a spinta populista. I consensi di tali partiti -stando ai sondaggi settimanalmente forniti dai giornali nazionali- sembrano essersi ridimensionati. Ciò è da imputare principalmente ad un errore qualificativo circa il concetto di “populismo”, ovvero l’idea che esso sia o possa essere una formula politica. Ciò apparve nel vecchio continente, e prima ancora oltre oceano con la vittoria di Trump. Tale errore trova evidenza in alcune contraddizioni che vi sono tra populismo e democrazia. Al riguardo: l’una nega l’altra quando vi è un’alienazione dalla realtà dei fatti, un discostamento dai diritti inviolabili -in nome di un’interpretazione alternativa e sempre possibile rispetto a quella individuata con un approccio etico- una personificazione delle problematiche -presupposto dell’anti establishment.

Tout court l’attuale populismo è la formula massima di demagogia politica, capace di decapitare la democrazia al fine di raggiungere una terra promessa che mai è esistita e mai esisterà.

Dinanzi all’emergere di tali storture, ça va sans dire la necessità di una nuova risposta, evidentemente opposta a quella precedente. A tale riguardo, i partiti politici, con una drastica inversione concettuale, hanno optato per un esecutivo tecnico. Pare oltremodo curioso come il parlamento “più populista” degli ultimi anni abbia acclamato con vivida gioia un Presidente precedentemente considerato archetipo dell’establishment.

A fronte di siffatto contesto, la risposta odierna fornita dai partiti sembra giocoforza imporre un arretramento della dimensione politica mediante una sofisticata trama architettonica. Una composizione della squadra di governo non già puramente tecnica, bensì a composizione mista mediante l’assegnazione di alcuni dicasteri a fazioni politiche, misurando il tutto con cura e ricordando il sempreverde “manuale Cencelli”. Ciò ha permesso di oltrepassare la definizione di governo tecnico, ma solo nella sua dimensione formale.

In sostanza: tale composizione è tecnica per visione d’intenti e per l’assegnazione dei ministeri cardine a professionisti apolitici. Ecco che si assiste alla prima chiara manifestazione della tecnica: una composizione del Consiglio dei Ministri realizzata come se fosse il cda di una grande impresa. In tale contesto, ogni socio ha diritto ad un posto al “grande tavolo”, ma nulla più di questo. Tutto ciò accade mentre il Parlamento, organo primario nel nostro sistema, sembra essersi assopito dinanzi all’azione del nuovo esecutivo, facendo riemerge l’atteggiamento “delle mosche del mercato” di nietzschiana memoria, e affrancandosi le sole questioni che si presentano troppo poco urgenti per essere demandate all’esecutivo. Tale declassazione ben si carpisce analizzando l’approvazione del noto PNRR. In tale occasione, fu concesso al parlamento un brevissimo lasso temporale per la discussione, imponendone inevitabilmente l’accettazione.

Tali eventi pocanzi citati sono espressione degli accadimenti appartenenti alla stretta quotidianità. Tuttavia, se volessimo inquadrare, in uno scenario più amplio, l’arretratezza della politica dinnanzi alla tecnica, potremmo a ragion veduta ragionare circa l’evoluzione della società odierna.

Difatti, l’approccio tecnico sembra avere nel governo non già il suo punto di partenza, bensì di arrivo. Quanto detto è dimostrato dal fatto che già da tempo l’orientamento degli statisti mirava all’affermazione della tecnica in nome del raggiungimento di scopi nazionali.

A tal fine, basti pensare all’atteggiamento che è stato attuato (e che sembra ripresentarsi con la prossima riforma) nel settore della giustizia. L’annoso problema del congestionamento dell’attività processuale, oggetto principale delle riforme in materia di giustizia, pare essere pronto ad una risoluzione mediante l’accorciamento dell’intero iter di risposta. Guardando al passato, tra gli interventi legislativi più significanti può menzionarsi la legge n° 46 del 20.02.2006, c.d. Legge Pecorella. In essa era prevista, tra le altre, l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento (tranne in caso di nuove prove determinanti). Tuttavia, tale disposizione verrà successivamente dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Dunque, appare chiaro come il legislatore abbia agito -e probabilmente agirà- per superare la questione della lungaggine processuale: la presa in considerazione della possibilità di minare le garanzie costituzionali in materia processuale per poter dare una risposta efficace alla questione.

La politica al riguardo pare essere pronta a giustificare tale approccio mediante la condivisione del lemma demagogico che imputa al ritardo della giustizia una posizione ostruttiva nei confronti dello sviluppo economico del Paese. Soprassedendo circa l’inadeguatezza dell’affermazione pocanzi riportata, nel tratto in cui ci si preoccupa maggiormente della dimensione economica del problema che della dimensione umana dell’imputato, viene da chiedersi se la tecnica ed il suo obbiettivo (raggiungimento illimitato di scopi) debbano o possano sacrificare alcuni principi democratici.

L’annoso problema deve essere risolto, e su questo non sembra rintracciarsi alcuna dissonanza. Sul metodo risolutorio, a quanto pare, sì. Forse sarebbe più consono agire sull’apparato amministrativo della macchina giudiziaria piuttosto che su quello strettamente processuale. Sennonché, tale approccio comporterebbe un lasso temporale di esecuzione più ampio e una spesa di bilancio più cospicua, che a quanto pare non si è pronti a sostenere.

Un altro fenomeno che ben evidenzia la deriva alla quale sembra impossibile sfuggire risulta essere l’attuale idea riformatrice del ministro Brunetta. In essa si paventa l’idea di assurgere come criterio preponderante per l’individuazione dei futuri dipendenti della PA la consistenza dei loro curriculum. Ciò non è di per sé uno sbaglio, ma rischia di diventarlo nel momento in cui lo si eleva a condizione necessaria e sufficiente. Per l’ennesima volta sembra non essere importante la dimensione umana dell’individuo, o almeno non quanto la sua efficienza certificata. Infatti, l’idea che un candidato per il solo fatto di possedere più certificazioni rispetto ad un altro concorrente possa essere maggiormente adatto a svolgere una determinata mansione (spesso estranea per tema rispetto alla certificazione) risulta aberrante.

In primis, poiché ciò ipotizza di poter qualificare una persona per il solo fatto che essa possieda o meno una conoscenza ulteriore rispetto ad un suo concorrente. A tal proposito, emergono taluni dubbi in merito all’attendibilità degli enti certificatori ed alla sperequazione che si concretizzerebbe nel momento in cui ad avere accesso alle certificazioni più prestigiose siano esclusivamente i membri dei ceti più abbienti. In secundis:tale approccio tende alla creazione “dell’uomo apparato”, colui il quale è unicamente finalizzato a realizzare scopi, alienando tutto ciò che possa inficiare tale processo. Siamo dinanzi ad un tentativo di estinzione degli “individui imprecisi”, usando l’espressione di Paul Valéry. Tale prospettiva sottintende un inevitabile fil rouge con l’alienazione ideologica dalla dimensione professionale dell’individuo, fenomeno che inevitabilmente si ripercuote nel panorama politico odierno.

Non appare difficoltoso immaginare una disaffezione dalla politica da parte del cittadino nel momento in cui l’esperienza scolastica e poi lavorativa tendano ad oscurare i tratti più personali ed ideologici, a favore di una maggiore redditività lavorativa.

La fattualità ci narra che le nuove generazioni (tendenzialmente) consumano la loro partecipazione politica sulle piattaforme social, e che la società intellettuale si guarda bene dallo schierarsi a favore di una o l’altra fazione politica, arrancandosi in un palazzo abitato da soli simili. Pertanto, i risvolti di tali inclinazioni sociali non prospettano una visione rosea e fiorente dei giorni futuri.

Inoltre, gli eventi politici dell’ultimo biennio sembrano aver alimentato nel sentimento popolare una maggiore richiesta di competenza da parte degli statisti. Più precisamente, tale prospettiva presuppone, al fine di dar certezza al suo scopo, l’introduzione di requisiti per poter ricoprire cariche elettive. Parte di tale opinione mira alla creazione di un obbligo di natura giuridica per imporre dei requisiti di eleggibilità. Nella maggior parte dei casi tali requisiti corrispondono a dei titoli di studio, andandosi così a configurare l’assioma per il quale vi è la necessità del requisito della laurea per ricoprire la carica di ministro.

Al riguardo emergono vari dubbi. Partendo dal metodo, l’uso del diritto positivo come strumento adatto a correggere storture o crisi sociali non sembra essere sempre il più opportuno. A tal fine, le parole del noto giurista Irti ben spiegano tale deriva del diritto: «Il diritto è ormai consegnato alla solitudine della volontà umana» avanzando verso «La svalutazione di tutti gli antichi valori […] quella svalutazione consegna il mondo alla volontà di potenza» (Nichilismo giuridico, Editori Laterza, 2004). La concezione di poter usufruire della dimensione coercitiva del diritto destrutturando i classici processi democratici rischia di produrre effetti di gran lunga peggiori rispetto agli obbiettivi, seppur quest’ultimi nobili nell’intento.

Evidentemente la soluzione che maggiormente appare appropriata è da rintracciare nella capacità amministrativa e gestoria della classe politica. Difatti, appare opportuno che siano i partiti stessi ad occuparsi della competenza e dell’affidabilità della loro classe dirigente, tentando di offrire all’intero corpo elettorale statisti in grado di ricoprire la carica affidatagli. L’idea che ciò possa avvenire mediante un disposto normativo- per caratteristica generale ed astratto- comporta un errore di metodo. Invero, quest’ultimo può nascere solo dall’intima vicinanza all’oggetto (ibidem), perciò l’imposizione di un criterio posto dall’alto non appare affatto la via più consona.

Anzi, tale disposizione risulterebbe essere in netta contrapposizione con le più classiche concezioni democratiche. Infatti, l’ipotesi della creazione di un duplice strato sociale ove solo uno di essi possa avere accesso alle cariche governative sembra contenere, nella sua stessa matrice fondante, un approccio inegualitario. Esso comporta l’alterazione dello stesso concetto di démos, il quale non comprenderebbe più il tutto ma solo una parte di esso.

Seppure, per ipotesi, si prendesse in considerazione tale approccio riformatore, verrebbe da chiedersi quale sia il criterio più corretto da individuare in tale scenario. Se questo fosse la laurea, verrebbe da chiedersi se tutte le lauree fossero idonee per svolgere l’attività dello statista. A tal punto, seguendo il criterio principe, sarebbe facile escludere in un fiat le lauree triennali; ed a seguire le lauree che ben poco centrano con il dicastero che si gestisce. Tutto ciò comporterebbe, in un ipotetico regressus ad infinitum, ad avere una classe dirigente altamente specializzata nella materia, ma completamente alienata dalle istanze sociali e politiche; oltre che a una becera lotta sull’indirizzo di laurea più opportuno per ricoprire quella determinata carica politica.

Va peraltro ricordato che il principio di “alta specializzazione” nei ministeri è già presente per quelle figure che ricoprono cariche amministrative. Si pensi al direttore generale del ministero ed ai singoli capi dipartimento. La carica di ministro è una carica politica e per tanto non vi può essere una delimitazione normativa nell’accesso. Sulla dicotomia tra potere politico ed amministrativo all’interno del ministero si rinvia all’articolo: La distinzione tra politica e amministrazione nella struttura e nell’organizzazione della P.A., M. Ridolfi, rivista italiana di Public Management, Vol. 2 n.1, gennaio 2019. 

Invero, la visione pocanzi illustrata sembra far riemergere l’idea di “stato ideale” presente nella Repubblica di Platone, ove ai soli filosofi doveva essere affidato il compito di gestione della res publica. Proseguendo nell’applicazione di tale idea, neppure il modello platonico sembra soddisfare pienamente le attuali istanze al riguardo. Se procediamo affermando che presso un dato ministero vi deve essere a capo il soggetto con la laurea più prossima all’attività di quest’ultimo, ai filosofi non verrebbe affidato neppure un dicastero. Quest’ultimo esempio, seppur estremo, mira a far emergere l’incongruenza e la problematicità che tale visione comporta.

In conclusione, l’introduzione di un criterio per ricoprire la carica di ministro, o altra carica politica, al fine di assicurare un alto livello di capacità non sembra essere la via più idonea. Qualunque rovesciamento del processo elettivo non può far parte della grammatica democratica.

Ai giorni nostri, ove le contingenze sembrano abitare la quotidianità, ove ognuno di noi è preso da una personale corsa verso un proprio obbiettivo, sorge la necessità di soffermarsi per carpire ove stiamo andando. Solo mediante una reale comprensione dei giorni attuali e dei meccanismi che vi abitano, si potrà programmare un futuro che, se non il migliore di quelli possibili, possa essere almeno migliore di quello presente.

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