Partiamo da un rapido pensiero sugli incontri: si è detto persino che siano gli incontri a stabilire i cavi che reggono il destino di un uomo. La caratterista degli incontri è appunto nella loro imprevedibilità. Improvvisi, impalpabili, in costante divenire nel tempo. E se forse adesso vi sarà comparsa nella mente l’immagine di un incontro felice, qui con questa Rivista vi racconteremo dell’incontro con il Prof. Nicola Triggiani, Ordinario di Diritto processuale penale dell’UniBa, Avvocato e Giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bari. “Mi sono fatto da solo”, ci racconta. “Ricordo che da ragazzo ero un frequentante assiduo delle lezioni all’Università, ma non da primo banco, restavo molto defilato.” Domande semplici, punti di luce ed ombra capaci di delineare i lineamenti di un uomo.
In grado di fornirci anche la presente chiave di lettura: la passione oltre la professione.

Professore, Lei ha partecipato di recente ad un‘audizione presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati nell’ambito di una indagine conoscitiva sulla proposta di riforma del giudizio abbreviato. Le modifiche che si vorrebbero introdurre sono tese a rendere inapplicabile tale rito ai reati puniti con la pena dell’ergastolo. Cosa ne pensa?

“Il rapporto tra giudizio abbreviato e delitti punibili con l’ergastolo è da sempre un rapporto altalenante e tormentato. Le modifiche che si vorrebbero introdurre comportano sostanzialmente un “ritorno alle origini”, posto che la legge-delega n. 81/1987, in attuazione della quale è stato redatto il ’nuovo’ c.p.p., non contemplava la possibilità di richiedere il rito abbreviato per tali reati, e prevedeva che, in caso di condanna, vi fosse una diminuzione “secca” di un terzo della pena prevista. L’art. 442, comma 2, c.p.p., entrato in vigore il 24 ottobre 1989, individuava, invece, in 30 anni di reclusione la pena da sostituire all’ergastolo, consentendo così l’accesso al rito abbreviato (allora, peraltro, subordinato al consenso del pubblico ministero) per qualunque tipologia di reato. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 176/1991, ha poi dichiarato illegittima, per eccesso di delega, la previsione codicistica della sostituzione della pena dell’ergastolo con quella di anni 30 di reclusione, proprio in considerazione del fatto che il riferimento alla diminuzione di un terzo della pena nella legge-delega era formulato in modo tale da far ritenere che la previsione del giudizio abbreviato dovesse riguardare solo i reati punibili con pene detentive temporanee o pecuniarie. In seguito, la ‘legge Carotti’ del 1999 ha reintrodotto la possibilità di richiedere l’applicazione del rito anche per i delitti punibili con l’ergastolo, eliminando, nel contempo, la necessità del consenso del pubblico ministero sulla richiesta dell’imputato.

La finalità per la quale tale procedimento speciale è stato introdotto nel nostro ordinamento è rimasta inalterata: si tratta di un rito che mira a deflazionare il dibattimento e si muove, quindi, in un’ottica di economia processuale ovvero di risparmio di tempo e costi, prevedendo uno “sconto” di pena come contropartita per l’imputato che rinuncia alle garanzie del giudizio ordinario.

Tuttavia, posto che tra i reati punibili con l’ergastolo quello più rilevante è l’omicidio aggravato e che gli ultimi dati ISTAT indicano che gli omicidi volontari sono in calo, c’è innanzitutto da interrogarsi – nell’ambito di una valutazione puramente economica costi/benefici per l’amministrazione della giustizia – se il gioco valga la candela. Dobbiamo cioè domandarci se, a fronte di un risparmio di tempo e di risorse nel complesso contenuto, sia giusto ed eticamente accettabile consentire ad un imputato riconosciuto colpevole di reati particolarmente gravi di poter beneficiare di un trattamento sanzionatorio sensibilmente più mite di quello che diversamente dovrebbe essere applicato, compromettendo così pesantemente il principio della proporzionalità della pena rispetto alla gravità del reato”.

Con la disciplina attualmente in vigore, sono previsti dei casi nei quali comunque si applica l’ergastolo, benché si sia proceduto con rito abbreviato?
“Sì. Nei casi di concorso di reati e di reato continuato, la pena dell’ergastolo con isolamento diurno non è sostituita con 30 anni di reclusione, ma con l’ergastolo semplice: lo ha previsto il decreto-legge n. 341/2000 convertito nella legge n. 4/2001, che ha modificato in tal senso l’art. 442, comma 2, c.p.p. Ciò non toglie, però, che la disciplina vigente consenta comunque – anche in caso di omicidi particolarmente efferati, ad esempio aggravati dalla premeditazione e dalla crudeltà, come accade per tanti “femminicidi” – la possibilità della sostituzione dell’ergastolo con la pena della reclusione di anni 30. Con quel che ne consegue: meno certezza della pena e possibili riverberi sulla credibilità del “sistema giustizia” nel suo complesso”.

 

Ma la pena non dovrebbe sempre tendere alla rieducazione del condannato, come prevede l’art. 27 della Costituzione?
“Nessuno vuole mettere in discussione la finalità rieducativa della sanzione penale: si discute da tempo, del resto, della difficile compatibilità della pena dell’ergastolo con la nostra Carta costituzionale. Ma fino a quando tale pena risulterà prevista dal nostro ordinamento penale, non può essere, a mio avviso, una scelta di tipo processuale operata unilateralmente dall’imputato ad impedirne l’applicazione in concreto: se si vuole abolire la pena dell’ergastolo, si deve avere il coraggio di intervenire in tal senso sul codice penale. Non si può, come dire, aggirare l’ostacolo, in maniera surrettizia, attraverso un’opzione processuale rimessa all’imputato e insindacabile dalle altre parti processuali. Del resto, la modifica che si vorrebbe introdurre nella disciplina del giudizio abbreviato con la proposta di legge attualmente all’esame del Senato, dopo l’approvazione alla Camera dei Deputati, era stata già approvata in prima lettura alla fine della scorsa legislatura, con una maggioranza parlamentare ben diversa dall’attuale, a conferma del fatto che si tratta di una modifica che sembra suscitare un consenso molto ampio e trasversale”.

Quali sono state le sue impressioni su questa esperienza? Avrebbe mai pensato di poter raggiungere dei traguardi così prestigiosi?

“E’ stata un’esperienza sicuramente molto gratificante per la mia vita professionale. La difficoltà principale è stata quella di contenere in pochi minuti alcune osservazioni critiche sulla proposta di legge in discussione, con un linguaggio tecnico, ma comunque comprensibile a tutti. Un altro traguardo di cui vado particolarmente orgoglioso è la realizzazione con altri colleghi di un manuale che risulta adottato in molte università italiane ed è apprezzato sia dagli studenti che dagli operatori del diritto. Tuttavia, il più grande riconoscimento, la più grande soddisfazione è per me sentirmi dire da uno studente: ‘Professore, lei è stato capace di trasmetterci la sua stessa passione per la materia!’ “.
 
Cosa pensa dovrebbe trasmettere questo suo importante risultato alla comunità studentesca del Dipartimento Jonico?

“Credo sia importante studiare con entusiasmo e passione, coltivare i propri sogni, senza arrendersi al primo eventuale insuccesso nel percorso universitario o dopo la laurea. Alla lunga, ne sono convinto, il merito viene sempre premiato. Questo è il messaggio che mi sento di trasmettere agli studenti.

Che valore rappresenta e, soprattutto, cosa comporta oggi la figura del docente universitario secondo lei?
“Ritengo che i docenti universitari debbano essere maggiormente ascoltati prima di compiere delle scelte politiche importanti, in tutti i campi. Spesso invece l’Accademia risulta del tutto estromessa e si prendono decisioni senza una completa conoscenza dei problemi, che solo gli esperti possono fornire. Del resto, l’impegno quotidiano dei professori universitari purtroppo non viene percepito nemmeno dalla collettività. Di tutto il lavoro che di solito fa un docente, solitamente traspare solo un profilo ovvero l’attività didattica: le lezioni, gli esami, il tutorato, le sedute di laurea. Dal punto di vista metodologico, per me la lettura e l’analisi del testi  legislativi durante la lezione è fondamentale, anche perché credo sia il modo migliore per preparare gli studenti al mondo delle professioni legali. Cerco di leggere loro il testo del codice come se leggessi un romanzo, sempre nuovo ed avvicente, mostrando intrecci e collegamenti sistematici – che talvolta mi vengono alla mente al momento – tenendo sempre presente la prassi giudiziaria. Ma le giornate di un professore di Giurisprudenza comprendono tanti altri aspetti: lo studio e l’aggiornamento, che devono essere continui; la ricerca delle fonti bibliografiche e giurisprudenziali, in biblioteca e in rete, per produrre lavori di ricerca (monografie, saggi, note a sentenza, voci enciclopediche, ecc.) che possono richiedere mesi o addirittura anni; la correzione delle tesi di laurea; la risposta alle innumerevoli mail ricevute ogni giorno dagli studenti, dai colleghi e dal personale amministrativo; la partecipazione ai Consigli di Dipartimento e di Interclasse e alle varie commissioni istruttorie; i tanti adempimenti di natura amministrativa che si sono moltiplicati negli ultimi anni … ”.

Apriamoci ai ricordi. Professore, che studente universitario è stato?     

Ricordo che da ragazzo ero un frequentante assiduo delle varie lezioni, ma non da primo banco, restavo molto defilato. Ho sempre ritenuto importante il sapere trasmesso dai professori durante i corsi, al di là dello studio dei libri che resta comunque fondamentale. Ricordo anche che, poichè studiavo tutte le materie giuridiche sempre con grande interesse, ero intenzionato a chiedere la tesi di laurea in diverse discipline, anzi formalizzai anche, in successione, due diverse richieste. Fino a quando non arrivò l’esame di Procedura Penale … Non ebbi più dubbi sulla materia nella quale sviluppare la tesi di laurea!”.

Continui, ci racconti …
“Era un periodo nel quale si avvertiva un grande entusiasmo per l’approvazione del nuovo codice di procedura penale, ispirato al sistema accusatorio, e rimasi profondamente affascinato da questo fermento culturale. Dopo la laurea, con una tesi che poneva a confronto il giudizio abbreviato e il patteggiamento, fui ammesso dal Professor Vincenzo Perchinunno a frequentare come cultore della materia l’Istituto di Diritto e Procedura Penale e per me questo rappresentò l’inizio di una meravigliosa avventura, umana e professionale. Fu davvero un onore entrare nella Sua Scuola – che si richiamava agli insegnamenti di Aldo Moro e Renato Dell’Andro – e iniziare a svolgere l’attività di ricerca con la supervisione del Professor Giovanni Conso”.

C’è qualche cosa che vorrebbe aggiungere in conclusione?

“Si. Vorrei suggerire ai ragazzi di cogliere tutte le occasioni di approfondimento che  tutti i colleghi ed io offriamo loro, al di là delle lezioni frontali, organizzando convegni e seminari con grande impegno e passione. Ascoltare un relatore è sempre un momento di arricchimento culturale e può anche suscitare nello studente una vocazione verso una determinata professione. Del resto, la vita è fatta di incontri. Ringrazio Dedalo Rivista per questa opportunità e per l’impegno di dare voce alla nostra comunità accademica e ringrazio tutti gli studenti per le continue manifestazioni di stima e affetto”.

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