La figura del giudice, confronto Tafaro

Gli avvenimenti della recente cronaca, relativa a queste settimane, ci forniscono elementi sostanziali per immergerci in una sincera analisi relativa ai gangli sostenenti la nostra democrazia.

Non si può, soprattutto alla luce degli accadimenti presenti, non riflettere sulla funzione dei giudici quanto alle forme di controllo sull’operato degli stessi, nel nostro Paese.

La figura del Giudice (comunemente definita magistratura, relazionando il termine alla corrispondente sfera di potere) non può essere attribuita alla Giurisprudenza. Bisogna riferirla ai “iurisperiti” o “iurisprudentes”, cioè agli interpreti del Diritto. I casi di corruzione, rari finché i giudici venivano scelti dalle stesse parti, in materia civile, o nominati in occasione di processi a natura criminale, cominciarono ad essere significativi con l’affermarsi dei “giudici di carriera”. Tanto che Valentiniano III (V sec. d. C.) dette ai Defensores civitatum (Difensori delle città, che successero ai Tribuni della plebe) il compito di intervenire, tra l’altro, proprio ed anche contro le malefatte dei giudici. È in quest’ottica che si può notare, nei tempi e nei contesti presenti, la mancanza di un serio organo a garanzia e tutela del potere. Consequenziale che a qualsiasi tentativo di controllo, si denunci in nuce, come attentato all’indipendenza e imparzialità della Giustizia. Tra gli organi preposti in tal senso vi è il Consiglio Superiore della Magistratura, ma lascia perplessità rilevanti quando, per esempio, un giudice sospetto di legami di tipo mafioso viene semplicemente spostato da una sede ad altra. La prima commissione parlamentare sulla mafia (Commissione Pafundi), raccomandava di non designare giudici provenienti dal Territorio, in particolare dove i fenomeni di criminalità organizzata raggiungevano una certa evidenza.

Sarebbe anche significativo riflettere, in questa logica, sulla dottrina di separazione dei poteri. La presente indica che i poteri dello stato sono tre, di cui due (legislativo ed esecutivo) hanno scadenze o avvicendamenti, mentre è cosa ben diversa per il terzo. Come mai? L’origine risale alla necessità di difendere i giudici dal potere del Sovrano (assoluto) nella Monarchia Inglese (sulla quale si ispirò Montesquieu). Eppure viene da chiedersi, come in una Repubblica senza Sovrani assoluti quanto detto possa trovare un senso. La carica a vita (che significa anche potenziale assenza di controllo) genera un ripiegamento su se stessi, con quello che ne consegue. Certo i giudici acquisiscono, nel corso del loro mandato, esperienze preziose (ma lo stesso vale anche per gli avvocati, gli interpreti del diritto, gli operatori pubblici) e si potrebbe trovare altro eventuale modo di utilizzo. In Inghilterra i Giudici sono scelti tra i barristers, cioè gli avvocati con esperienza, competenza e grande reputazione di saggezza ed onestà. In altri Paesi, il mandato è a tempo; nelle Corti UE è sempre a tempo. Se non si voglia pensare, come soprattutto nelle esperienze anglosassoni, a giudici elettivi (per già citata eventuale corruzione), si potrebbe utilizzare il sorteggio da una lista di persone ‘idonee’, con requisiti di competenza ed esperienza. Inoltre dovrebbe essere assicurati la facile comprensione delle sentenze ed il rapporto con il popolo (formalmente detentore della `sovranità).

Sebastiano Tafaro Professore Onorario dell’Università Italiana

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