Francesco Michele Poti
Ottobre 2020

Nella giornata del 12 ottobre 2020 il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha effettuato la sua visita istituzionale nella città per inaugurare l’anno accademico della nuova sede di Medicina dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro, dislocata nel Tarantino, presso la ex sede della Banca
d’Italia.


Davvero poche sono state le parole spese a sostegno di questo nuovo processo costitutivo, che viene definito come “presente nell’ottica di una riqualificazione del mezzogiorno”: progetto che, probabilmente, viene millantato da almeno cinquant’anni e di cui, adesso, vediamo soltanto qualche debole bagliore.


In fondo, i temi trattati e le parole dette sono state sempre le stesse. Benchè, nei primissimi minuti di intervento, il Presidente si sia espresso malvolentieri nei riguardi delle “promesse” tipicamente “politiche”, le sue parole hanno tratteggiato il percorso alabastrino delle frasi alate e delle massime d’esperienza, più che rappresentare fatti realizzati e circostanze concrete.


Una buona metà dell’intervento è stato, infatti, occupato da una serie di raccomandazioni, rassicurazioni, motti, promesse e incoraggiamenti della miglior foggia, tanto da sembrare, a tratti, connotati da una sottile ironia.


Dapprima il nuovo corso di laurea viene presentato come autonomo: il che entra in evidente contrasto con la definizione letterale del termine e con la condizione di fatto della sede di Medicina che continuerà ad essere un dislocamento dell’Università di Bari.


In secondo luogo, alcuni minuti delle argomentazioni del Presidente del Consiglio si sono basati su: una qualificazione del mezzogiorno come “affetto da una politica egoista ed identitaria”; una descrizione della realtà pugliese come “un territorio in cui nella amministrazione assistiamo a
derive personalistiche o << super individuali >>.


L’incedere del tempo nel corpo del monologo è stato scandito con l’elenco delle priorità del Governo nei confronti della comunità locale che, sebbene siano conosciute da almeno 30 anni, hanno necessitato di ben 86 riunioni operative del Consiglio dei Ministri per essere nuovamente rideterminate e portate sul piatto della discussione politica.
Il risultato è stato un fiume di parole che ormai da troppo tempo appartengono al vocabolario dei politici e dei cittadini di Taranto: riqualificazione, rivalutazione, sostenibilità, fiducia.


Sì, soprattutto la fiducia, dato che i tempi per sperare non finiscono che con la morte.


Sul tema, il presidente Conte si è lasciato andare al classicismo, tanto da affermare che nella comunità tarantina vi è la necessità di una sympatheia, cioè di una sinergia che deve scaturire dalla leale collaborazione tra istituzioni e comunità di riferimento.


E’ certo, infatti, che è imputabile ad una nostra incapacità, atavica – evidentemente – il fatto di non riuscire a creare un mondo di relazioni alla Regno dei Fini di Kant, ovvero il fatto di avere una Fabbrica che dagli anni 60’ non viene revisionata a norma di legge, sin dal suo passaggio dal
Pubblico al Privato sino ad arrivare agli stanziamenti pubblici programmati nel 2019. E’ colpa nostra (questo sicuramente) quella di avere avuto una amministrazione che nel 2006 ha provocato il dissesto finanziario del Comune con una passività di 357 milioni di euro. E’ colpa nostra, di sicuro,
il non poter avere funzionari e servizi amministrativi efficienti, efficaci e innovativi, in grado di sfruttare quelle poche caratteristiche del Territorio tarantino che potrebbero rendere la città di Taranto e provincia un brand internazionale. I cittadini di Taranto sono colpevoli di tutto questo nella stessa misura in cui sono colpevoli delle
giornate di vento.


Il Premier Conte, in questo scenario, non appoggia finanche la scelta del sindaco “Meluzzi” – come lo ha definito –, visto che questa incapacità si riverbera sulla scelta dell’attuale amministrazione. Non essendo stato, il sindaco, menzionato nel tavolo delle grandi trattative – l’incapacità di
possedere una amministrazione innovativa, presente sul territorio e trasparente con i cittadini è sicuramente il risultato di una mancanza di sympatheia tra i cittadini di Taranto e le proprie istituzioni.


Il Presidente del Consiglio, a ragion veduta, spende gli ultimi minuti del suo intervento per presentare due “disegni” di Progetti che il Governo “intende” realizzare a Taranto: si badi, unicamente dal punto di vista industriale. Infatti si prevede la creazione del centro merceologico e lo sviluppo del TecnoPolo Mediterraneo: infrastrutture necessarie per lo svolgimento delle funzioni e dei compiti conoscitivi, di ricerca in ambito tecnico-scientifico dei materiali industriali, di trasferimento tecnologico e di valorizzazione delle innovazioni e della proprietà intellettuale generata nel campo dello studio e dell’utilizzo delle tecnologie pulite, delle fonti energetiche
rinnovabili, di materiali innovativi, dell’economia circolare, strumentali alla promozione della crescita sostenibile del Paese e al miglioramento della competitività del sistema produttivo nazionale. Il Tecnopolo dovrà instaurare rapporti con organismi omologhi sul territorio locale (?),
nazionale e nel contesto internazionale, e dovrà assicurare l’apporto di ricercatori italiani e stranieri operanti presso istituti esteri di eccellenza.


Il tutto, si conclude con una specifica menzione circa l’intervento che il Governo intende attuare nel programma 2020-2023, non già, si badi, sul territorio di Taranto, ma in tutto il territorio del Mezzogiorno, e cioè quello di colmare il Gap infrastrutturale della rete internet tra Nord e Sud.


Un progetto fantastico.


Tuttavia, non è la prima volta che a Taranto si offre l’oratoria dei piani green e sostenibili, e non è nemmeno la prima volta che Taranto dovrebbe, almeno in teoria, essere destinataria di importanti
finanziamenti pubblici.


Le riunioni operative dovrebbero servire al governo per assicurare una efficiente ed efficace gestione delle politiche locali, come aumentare i controlli sulla spesa pubblica e sulla capacità dei sindaci di realizzare i programmi nazionali, al massimo servirebbero per attuare delle politiche
mirate a cambiare il contesto sociale, e non solo quello politico. Creare realtà satellite nel territorio in grado di stabilire connessioni durature e non soltanto “cattedrali nel deserto”.


Se si prevede e si millanta lo sviluppo di una forte realtà culturale entro il 2023, i 60 posti disponibili nella sede tarantina di Medicina dell’Università di Bari potrebbero invero non bastare, considerato anche il drastico calo delle iscrizioni presso gli altri 4 corsi di laurea – ed una sede
dislocata del Politecnico di Bari presenti nel territorio. Per non parlare inoltre del fatto che l’unica biblioteca presente nella città è stata chiusa per più di 1 anno per lavori di manutenzione.

Per concludere, è indubbio che quello presentato dal Presidente del Consiglio Conte sia un tassello importante per il territorio, un passo dal quale cominciare una corsa duratura e programmata nel tempo – come l’importanza di avere una rete internet simile a quella della Lombardia – ed è fuori discussione che questa attività che, possiamo dire, incomincia a “smuovere il fondale”, sia un importante punto d’inizio dal quale si sarebbe dovuti partire decenni fa. Tuttavia, da sola, questa
prospettiva non basta.


Non una sola parola è stata spesa su ciò che la comunità “attiva” del territorio chiede da diverso tempo: Interventi per ripristinare il potenziale dei siti archeologici del Territorio che marciscono nell’abbandono, il ripristino (e non la “valorizzazione”) dell’antico acquedotto di epoca romana, lo sfruttamento commerciale delle attività archeologiche e il finanziamento di quelle future: potenziamento delle infrastrutture, mezzi pubblici, controlli sulla attività ammnistrativa, messa a norma della Fabbrica, ora ArcelorMittal, contenimento del malaffare, valorizzazione del patrimonio storico e artistico, implementazione di poli scientifici davvero autonomi. Insomma, gettare le basi per la fondazione di un reale polo turistico e culturale.


Quello che doveva essere un intervento sulle potenzialità culturali del Territorio che necessitano di un grosso piano di intervento politico e sociale, e sullo sviluppo di una base culturale storica è stato invece l’ennesimo coro di promesse e consigli su come “cavarsela da soli”.

Taranto, di turismo e cultura, manterrà soltanto la vocazione, a quanto pare.

di Francesco Michele Poti

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