Cultura, religione, tradizione, storicità. Periodo di riflessione interiore, ma anche fonte di discussione e di contraddizioni.

Dichiarati Patrimonio immateriale della Regione Puglia, I Riti della Settimana Santa a Taranto sono tutto questo e molto di più.

Non solo momento di introspezione e preghiera, ma anche un evento su cui poter investire per ripensare ad una città differente.

La Settimana Santa trasforma la città di Taranto in un percorso spirituale itinerante che va dal Borgo fino a Città Vecchia.

Storicamente, i primi Riti pasquali a Taranto ebbero probabilmente origine nella seconda metà del ‘500. Furono gli Aragonesi, infatti, dominatori dell’italia meridionale dell’epoca, a portare nella città dei due mari i loro usi e costumi, fra cui quelli legati al periodo pasquale. Non a caso, simili e famosissimi sono i Riti della Settimana Santa fermamente radicati e largamente diffusi su tutto il territorio della penisola iberica.

I Riti moderni, così come li conosciamo, furono verosimilmente introdotti a Taranto dal patrizio tarantino Don Diego Calò, il quale nel 1703 commissionò a Napoli le statue di Gesù morto e dell’Addolorata. Arrivate a Taranto, le statue trovarono dimora in una cappella gentilizia in Città Vecchia.  Nel 1765, Francesco Antonio Calò, figlio di Don Diego, donò le statue che componevano la processione alla Chiesa di Maria Santissima del Monte Carmelo -comunemente chiamata Chiesa del Carmine-, con il gravame di perpetrare la tradizione. La processione, inizialmente limitata alla sola mattina del Venerdì Santo, e alle sole due statue, fu poi arricchita nel tempo con altri simulacri, includendo altri momenti rilevanti della Passione e Morte del Cristo.

Nel quarto trimestre del 1900, poi, la confraternita del Carmine di Taranto decise di commissionare il rifacimento di alcune delle statue, ormai deteriorate: si trattava della Colonna, dell’Ecce homo e della Cascata.

Tra i cartapestai di rilievo dell’epoca, la confraternita scelse il maestro Giuseppe Manzo che consegno le tre statue personalmente nel 1901. È interessante notare come queste magnifiche dimostrazioni di abilità nostrana, presentino caratteristiche che le rendono uniche nella loro composizione. A titolo d’esempio, gli occhi di Gesù, nella Cascata e nella Colonna, sono pressocché identici tra loro. Tant’é che, isolandoli dal resto delle due statue e messi a confronto, risulta molto arduo identificare a quale statua appartengano quali occhi.[1]

Ad oggi, i Riti della Settimana Santa a Taranto cominciano nella Domenica delle Palme, terminando il Sabato Santo.

La processione dell’Addolorata del Giovedi, celebrazione della morte del Cristo e del dolore della Vergine e Madre, ha inizio con la “lavanda dei piedi” ai dodici Confratelli, in abito di rito, durante la Messa in Coena Domini.

Al contempo, nel primo pomeriggio, i Confratelli in pellegrinaggio, definiti Perdoni – in tarantino Pərdónə” ­– foto 1 –(s.m. confratello di una congrega. Probabilmente dallo spagnolo Perdones, che era quanto si chiedeva da chi andava di pellegrinaggio[2]) a coppie, dette “Pòstə” – foto 2 – (s.f. coppia di Pərdúnə nelle funzioni e nelle processioni della Settimana Santa[3]), percorrono a piedi nudi ed incappucciati la via per i Sepolcri.

Tutti i Pərdúnə rientrano al Carmine entro la mezzanotte del Giovedì quando, dalla Chiesa di San Domenico, esce la Processione della Vergine e Madre Addolorata. Questa processione si conclude il pomeriggio del Venerdì Santo alle 17:00 per consentire l’inizio della seconda processione, quella dei Misteri.

Quest’ultima, considerata la più emblematica e significativa, esce dalla Chiesa del Carmine, in un continuo crescendo di intensità emotiva per tutta la notte, fino a raggiungere il suo culmine al mattino seguente nei “tre tocchi”, il momento in assoluto più ricco di pathos, in cui  il troccolante, avvicinatosi al portone della Chiesa del Carmine, agitando la troccola, in tarantino “Tròcchələ” – foto 3 – (De Vincentis, VDS, s.f. tavoletta di legno con maniglie mobili di ferro che agitata serve ad annunziare le funzioni nelle chiese durante la settimana santa, essendo vietato l’uso delle campane, o l’arrivo della processione dell’addolorata e dei misteri, sempre in occasione della Settimana Santa. Dal latino trocheola[4]) e richiamando tutti i fedeli al religioso silenzio, con l’estremità del suo bastone, annuncia il suo arrivo, bussando con tre tocchi sulla porta. Tutto è compiuto.

La Chiesa del Carmine spalanca le sue porte e le statue fanno il loro ingresso. A quel punto, il percorso di penitenza e riflessione giunge al suo termine, tra la commozione e gli abbracci dei presenti.

I riti della Settimana Santa sono percepiti nell’immaginario collettivo come un evento che può essere realmente seguito solamente da chi ha fede.

Tuttavia, se volessimo analizzare questo avvenimento da un punto di vista sociologico, esso non rappresenterebbe solo una celebrazione cattolica: si tratta infatti di una tradizione radicata, che trascende l’appartenenza ad un culto determinato. La processione, vanto ed orgoglio dei tarantini, ha il potere di riunire le masse, di agire sul cuore e sulla mente dei singoli, credenti e non, che assistono ai Riti per le strade dei Borghi cittadini. Luogo d’incontro e di scambio, la Settimana Santa tarantina rappresenta un evento capace di trascinare anche chi, a torto o a ragione, non ha la fede nel cuore.

Se da un lato, per i devoti, la sacralità del momento impone una riflessione e un lavoro interiore, dall’altro non si può trascurare l’impatto rilevante che questo periodo dell’anno ha sull’economia locale, e delle infinite potenzialità che questi Riti posseggono.

Approfondendo le già citate tradizioni iberiche, in Spagna la Settimana Santa rappresenta da ormai 30 anni un punto di riferimento per il settore turistico e non solo, per un giro d’affari stimato svariati milioni di euro.

Il vero volto della città dei due mari è sfortunatamente ancora celato nella mortale ombra dell’industria e dell’inquinamento, dell’acciaio e dei carburanti fossili, dell’eterno dissidio apparente tra salute e lavoro, ma “there is a light that never goes out!”, come direbbero gli Smiths. Una luce che non potrà mai spegnersi.

Taranto ha senza alcun dubbio tanto da offrire. Le tradizioni proprie alla nostra terra, la cultura e la storia millenaria, senza contare il valore intrinseco del mare, della cucina, della flora e della fauna uniche, del vernacolo. Questi rappresentano solo alcuni dei fattori che porterebbero a ripensare la città. I Riti, in questo contesto, si integrerebbero e incastrerebbero perfettamente come tasselli che, uniti con tutti gli altri, comporrebbero il grande puzzle della valorizzazione territoriale, della rinascita di un turismo durevole, sostenibile, di un artigianato locale in via di estinzione: di una rifioritura cittadina sotto il segno della tradizione.

La redazione ringrazia Ciro Intermite per il prezioso contributo alla stesura di questo elaborato.


[1] https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/24/manzo-ultima-parte/

[2] Gigante N., Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino, 1986, Piero Lacaita Editore, Manduria, p. 368

[3] Idem, p. 393

[4] Idem, p. 548

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