A distanza di venti anni dall’entrata in vigore del Patto di stabilità e crescita, poi Fiscal Compact, si può parzialmente far propria la tesi degli “Euroscettici” secondo cui gli obiettivi non sono stati raggiunti né per quanto concerne il profilo della stabilità né, in particolare, per quello della crescita. È da sottolineare che l’opinione pubblica ha avuto la percezione che non si è attuata una politica economica-finanziaria mirata agli interessi diretti dei cittadini dell’UE, ma una politica meramente monetaria, ove si son perseguiti soprattutto gli interessi dell’alta finanza europea ben rappresentata all’interno della BCE. Tanto è vero che negli Stati UE, nel corso di questi ultimi dieci anni, vi è stata una proliferazione di partiti “No euro”, al pari di partiti già esistenti che nei loro programmi elettorali prevedono, finanche, la fuoriuscita dall’euro. Venendo all’Italia, ed in particolare sul fronte del debito pubblico, non si sono registrate alcune riduzioni, ma solo aumenti; infatti, negli ultimi dieci anni si è passati dal 103,60% di debito pubblico rispetto al PIL (2007) al 132% circa, pari a circa € 2.300 miliardi. Tantomeno, il Fiscal Compact ha generato (sempre in Italia) una riduzione del debito, se si considera che dalla sua entrata in vigore è aumentato del 10% circa. L’unico dei grandi Stati dell’UE ove si è registrata una diminuzione del debito pubblico è la Germania; infatti, il debito è stato ridotto di € 63 miliardi, passando dal 76,3% (2014) al 66,9% (2017) di rapporto debito/PIL. Mentre, la Francia ha visto crescere il debito del 4,5% con aumento di € 209 miliardi (al 98,7%), così come la Spagna con aumento di € 121 miliardi (dal 98,1% al 100,4%), nonché l’Italia con un aumento di € 138 miliardi. Quindi, è fuori dubbio che l’unico Stato che possa ritenere sostenibili gli impegni macroeconomici europei, contenuti prima nel Patto di stabilità e crescita e, successivamente, nel Fiscal Compact, è la Germania, il cui debito pubblico si è avvicinato al parametro fissato dal Trattato di Maastricht del 60% rispetto al PIL. Viceversa, per l’Italia risulta davvero difficoltoso il raggiungimento dell’obiettivo di ridurre il debito ad un ritmo del 3,3% annuo per i prossimi venti anni. Tale risultato da conseguire richiederebbe, a sua volta, delle manovre finanziarie di circa € 50 miliardi l’anno; così come lo è per la Francia (riduzione dell’ 1,95% all’anno) e la Spagna (riduzione del 2% all’anno). Pertanto, dal momento che nel 2018 vi è l’impegno da parte degli Stati contraenti di riportare il contenuto del Fiscal Compact nel quadro giuridico del Trattato di Lisbona e, vista l’insostenibilità degli obiettivi fissati nei Trattati, sarebbe opportuno (come già ritengono la maggior parte degli Stati) ridiscutere i parametri, rivedendo, in primis, i parametri fissati di riduzione del debito pubblico. Interessante è stata la proposta dell’Italia, in un vertice dei Ministri finanziari dell’UE, di tener conto ai fini della valutazione del debito pubblico di un fattore rilevante che è il debito privato; tale proposta è stata accolta, ma non si è mai tradotta in alcun atto normativo. Interessante è stata la proposta dell’Italia, in un vertice dei Ministri finanziari dell’UE, di tener conto ai fini della valutazione del debito pubblico di un fattore rilevante che è il debito privato; tale proposta è stata accolta, ma non si è mai tradotta in alcun atto normativo. Inoltre, altra proposta di revisione è quella di consentire lo sforamento del deficit annuale (3% rispetto al PIL), per favorire un maggiore impiego di spese d’investimento con conseguenziali effetti rilevanti sul piano della ripresa economica. In tal senso, l’Italia è adempiente poiché nel 2017 ha registrato il 2,2% di deficit annuale, mentre la Francia (3,4%) e la Spagna (4,5%) nel 2016 non hanno rispettato il parametro. Pertanto, rebus sic stantibus nell’ Unione Europea, alla luce della infelice situazione economica che riguarda la maggior parte degli Stati facenti parte dell’Eurozona e che non consente, peraltro, il mantenimento degli impegni assunti con il Fiscal Compact, nonché delle difficoltà istituzionali a seguito della Brexit decisa con referendum tenutosi il 24.6.2016, inizia a “regnare” molta incertezza sul proprio futuro, seguita anche dalla ventata di antieuropeismo occorsa in questi ultimissimi anni, rappresentata in toto dai leader e/o Capi di Stato che governano l’Ungheria, la Polonia, l’Austria, la Repubblica Ceca e, da ultimo, dai partiti “Movimento 5 stelle” e “Lega Nord Salvini” considerati i “veri vincitori” delle elezioni politiche tenutesi in Italia il 4 marzo 2018. Forse occorreva prima portare a compimento il processo di costruzione dell’Europa dei Popoli, partendo, quindi, dalla unione politica, rispetto all’ unione monetaria che ha causato, peraltro, una percepibile insofferenza da parte dei cittadini europei nei confronti della moneta unica, dei vincoli economici e, conseguentemente, dell’istituzione “Unione Europea”. In una prospettiva del genere la BCE, come la Federal Reserve degli Stati Uniti d’America, avrebbe garantito il debito pubblico dei singoli Stati in una visione di tutela più avanzata ed efficace rispetto agli interventi parziali di quantitative easing. Senza trascurare l’aspetto che la regola del pareggio di bilancio e i vincoli imposti dal Fiscal Compact non sono stati condivisi da tutti gli economisti, in particolar modo da quelli appartenenti alla scuola keynesiana. A tal proposito, è interessante riportare un appello rivolto, in passato, dai premi Nobel per l’economia Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, al presidente statunitense Obama: “Inserire nella costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose”; soprattutto questo “avrebbe effetti perversi in caso di recessione”. Nei momenti di difficoltà diminuisce infatti il gettito fiscale (per concomitante diminuzione del PIL) e aumentano alcune spese pubbliche tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno dunque aumentare il deficit pubblico, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e quindi del potere di acquisto (che influiscono sul consumo o domanda di beni o servizi)”. Nell’attuale fase dell’economia, continuano “è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della “pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa economica già di per sé debole”. Infine affermano che “anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo”….”un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza”. Nello stesso modo, l’economista e premio Nobel Paul Krugman, ritiene che l’inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio del bilancio potrà portare alla dissoluzione dello stato sociale. Passando alle regole del Patto di stabilità interno, ove sono coinvolti gli Enti Locali, è stata evidenziata la necessità di stabilire regole uniformi, sia nella forma che nella sostanza, nei confronti di tutti gli enti coinvolti, indipendentemente dalle diversità rivenienti dalle dimensioni demografiche o dalle condizioni socio-economiche che, inevitabilmente, caratterizzano le diverse realtà del Paese. È da sottolineare che la struttura del Patto di stabilità è mutata sistematicamente e contestualmente al variare dell’entità complessiva del valore della manovra imposta in relazione agli obiettivi determinati in sede comunitaria. Questa instabilità normativa, congiuntamente all’inasprirsi della crisi economica che attanaglia l’intera economia mondiale, costituisce una miscela esplosiva per quegli Enti che istituzionalmente dovrebbero costituire il volano per lo sviluppo delle economie territoriali e che, invece, con notevole affanno riescono, a malapena, a fronteggiare le spese fisse e consolidate, che ne assicurano la semplice sopravvivenza, senza avere, al contempo, occasione e possibilità di migliorare e potenziare i servizi pubblici e contribuire alla ripresa economica che quasi sempre ha avuto l’intervento pubblico quale protagonista principale per la necessaria inversione di tendenza. Inoltre, è da evidenziare che il difficile ruolo svolto dagli organi politico-istituzionali, costretti ad affrontare l’annoso problema della riduzione del deficit e del  debito pubblico, congiuntamente ad una pericolosa crisi economica, che all’attualità lascia intravedere solo deboli segnali di ripresa, ha condotto, finora, al susseguirsi di provvedimenti i cui sacrifici hanno sempre investito gli Enti Locali; essi, con notevole affanno, riescono a malapena, a fronteggiare le spese fisse e consolidate, che ne assicurano la semplice sopravvivenza, senza avere, al contempo, occasione e possibilità di migliorare e potenziare i servizi pubblici e contribuire alla ripresa economica che quasi sempre ha avuto l’intervento pubblico quale protagonista principale per la necessaria inversione di tendenza. In questo contesto, in un’ottica di regionalizzazione del “Patto” e secondo una applicazione di natura solidale, la previsione di meccanismi compensativi in ambito regionale potrebbe consentire una più razionale gestione del Patto di stabilità, evitando di “sprecare” risorse di spettanza del comparto nell’ambito del territorio di competenza. Gli elementi di virtuosità che caratterizzano la gestione di un Ente, ben sintetizzati dai tradizionali parametri di riferimento, dovrebbero essere tenuti nella dovuta considerazione; ad esempio, la spesa sostenuta per finanziare investimenti non può essere considerata alla stessa stregua delle spese correnti sostenute per pari importo. Forse sarebbe più corretto individuare, nell’ambito della normativa regolante il Patto di stabilità, obiettivi distinti di contenimento della spesa corrente e di quella in conto capitale. Occorre evidenziare, comunque, che con la legge di stabilità per l’esercizio 2016, che ha avuto delle finalità espansive, si è intervenuti sui Comuni con un allentamento dei vincoli sui bilanci. Invero, a partire dal 2016, il patto di stabilità interno è stato sostituito dal principio della competenza finanziaria “potenziata”, che stabilisce il concorso degli enti territoriali a tutelare il contenimento dei saldi di finanza pubblica nel conseguimento, nei propri bilanci, di un unico saldo non negativo, in termini di competenza, tra le entrate finali e le spese finali. Ad ogni buon conto, è da rimarcare che dal momento in cui è stato istituito, il patto di stabilità ha lasciato sostanzialmente invariata la spesa corrente, mentre ha ridotto nel tempo gli investimenti degli Enti. In particolare, le uscite in conto capitale in Italia sono diminuite, negli ultimi sette anni, del 45% (circa) e costituiscono oggi il 16% (circa) dei pagamenti complessivi. Infine, un ottimo strumento di flessibilizzazione del vincolo finanziario che consente l’ impiego di spese di investimento per gli enti territoriali sono gli “spazi finanziari”. Con tale strumento gli enti che prevedono di conseguire un differenziale negativo rispetto al saldo finale di competenza, possono richiedere allo Stato o alla Regione, gli spazi finanziari (prestiti di manovra) di cui necessitano, nell’esercizio in corso, per sostenere impegni di spesa in conto capitale e realizzare così delle opere pubbliche. Viceversa, gli enti che prevedono di conseguire un differenziale positivo, rispetto al saldo obiettivo, possono comunicare l’entità degli spazi che intendono cedere nell’esercizio in corso, conseguendo un bonus come “costo di manovra” per gli esercizi successivi.

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