Una testimonianza di una studentessa dell’Università di Taranto.

E’ difficile descrivere il senso di amarezza che ho provato quella mattina quando, scorrendo come al solito per la home di Facebook, ho trovato la fotografia della storica fontana di Piazza Bettolo, vandalizzata e distrutta.
Mi sono sentita triste, afflitta.
Ho pensato ai probabili autori di quel gesto, al perché si siano sentiti in diritto di fare una cosa simile.
Ho pensato agli anni del liceo, trascorsi sulle panchine, prima di entrare a scuola o dopo l’uscita.
Agli storici fini settimana del Totò, dove bene o male tutti si ritrovano con l’idea di rilassarsi e fare baldoria dopo una settimana di studio.

Ho pensato a tutte le volte che, non trovando un posto a sedere, optavamo per una delle panchine centrali, di quelle che danno – o meglio davano – sulla fontana.
Non è che si trattasse di una fontana scenografica poi eh, o imponente, come quelle presenti in altre piazze della città, o di altre città. Era piccola e spenta da tanti anni. Ma era la nostra piazza.

La piazza dei ragazzi del centro, come per quelli di periferia. Era un punto di ritrovo.
Caratteristica, aggiunge la mia parte sentimentale.
Ho pensato a quello che avviene in altre città, quando il danneggiamento di beni pubblici viene perseguito con indagini o punizioni esemplari. Due pesi e due misure.

Nela mia città, grazie ad alcuni ragazzi annoiati, il centro di questa piazza non è altro che un moncone, transennato alla meglio, per evitare che qualcuno ci si avvicini.

Pur volendo immaginare che non siano stati dei vandali, dei gretti, dei buoni a nulla a distruggere quel pezzo della nostra storia, pur volendo immaginare che sia stato “il troppo peso della pioggia che si accumulava nei recipienti” a mandarlo giù, non siamo estranei, nessuno, nel ritenere che quella che appare come essere la causa più probabile di un così penoso risultato sia stato l’ultimo atto di una infinita serie che si ripeteva ormai nel tempo come consuetudine.
Inutile puntare il dito. Inutile recriminare. La distruzione della fontana è lo specchio, l’ennesimo riassunto, di una gioventù impoverita, annoiata e priva di valori, che trova divertente rovinare casa propria, una città che per troppo tempo, è stata abbandonata a sé stessa. Il risultato di anni ed anni in cui i ragazzi tarantini che avevano obiettivi, valori, ed istruzione, sono andati via, verso altre zone d’Italia riconosciute come le più valide.

Penso addirittura che sia inutile continuare a lottare, a vivere i posti di questa città per sottrarli al vandalismo e alla strafottenza. Questo resta ormai un punto di domanda e non più una certezza.

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