Vincenzo Cucci

I fattori che concorrono alla crescita e all’evoluzione dell’imprenditorialità, si possono distinguere in esogeni ed endogeni. I fattori endogeni determinano il ciclo vitale e la qualità di un’azienda da un punto di vista interno, mentre i fattori esogeni più influenti sono le istituzioni e il network (cioè: “l’unione di conoscenze e di competenze intorno alla creazione di progetti utili all’implementazione della filiera in cui si opera”) che permette di garantire un accesso rapido a molte informazioni, a varie forme di finanziamento, a conoscenze ma, soprattutto, fornisce una nuova vetrina per farsi conoscere garantendo così la propria credibilità. L’industria e il proprio network dipendono anche dalla disponibilità e dalla mentalità del territorio in cui si insediano che, a loro volta, sono condizionati da una serie di fattori storici, economici e politici che possono generare o sfavorire le basi adatte per queste attività.

La storia dell’industria italiana è l’argomento fondamentale per poter capire fino in fondo alcune delle situazioni che si ripercuotono oggi nel “Paese reale”, il Meridione non si è mai di fatto ripreso dalle disparità portate dall’Unità d’Italia, da cui scaturì la “questione meridionale”.

Per ristabilire una sorta di equilibrio si è pensato di elargire ingenti quantità di fondi, definiti come “interventi straordinari”, i quali la maggior parte delle volte si sono rivelati ciechi o addirittura prevaricativi, lasciando il territorio che doveva beneficiarne incapace di generare uno sviluppo autonomo e soprattutto dipendente quasi esclusivamente dall’afflusso di capitale prodotto dall’esterno. Negli ultimi anni ha però preso forma una nuova coscienza, secondo la quale il circolo vizioso di dipendenza economica precedentemente creato deve essere interrotto: da qui si è dato il via a delle nuove politiche che sono state approvate dallo Stato negli ultimi anni. Queste riforme hanno lo scopo di sostenere le piccole e medie imprese presenti sul territorio e di incentivare la creazione di nuove attività. La base dell’economia italiana è quasi totalmente sorretta da questi piccoli “giganti”, è l’affermazione del family business che tutto il mondo ci invidia: le imprese familiari hanno dimostrato di avere una marcia in più rispetto ai colossi, unendo le conoscenze e i valori delle generazioni passate alle abilità tecnologiche di quelle nuove.

Ne è un esempio calzante il caso Biorfarm, da cui emerso dal suo studio, in cui effettivamente la presenza delle istituzioni, che dovrebbe essere fondamentale, risulti in realtà molto labile e lacunosa: il proprietario della start up, Osvaldo De Falco, ha riferito di essersi scontrato con un’eccessiva richiesta di garanzie ed intravista la macchina burocratica, abbia rinunciato agli stessi. La singolarità di questa azienda però va ben oltre le dinamiche economiche: è stata une delle prime in Italia a unire l’universo dell’agricoltura a quello della tecnologia. I clienti possono infatti adottare simbolicamente un albero, che verrà coltivato dall’agricoltore che lo possiede realmente e i suoi frutti spediti a colui che l’ha scelto. Coloro che adottano un albero, possono monitorare l’andamento e la crescita della pianta, tramite il sito aziendale che crea un collegamento visivo tra il campo e la persona, dando così vita a un vero e proprio orto digitale. Il network digitale ha giocato un ruolo chiave per Biorfarm, che proprio grazie all’ampliamento della propria rete è riuscita a prosperare e ad espandersi sul mercato nazionale. Infatti, il fallimento di altre start up simili, che hanno deciso di concentrarsi solo sulle proprie risorse e sul mercato regionale, mostra come al giorno d’oggi non sia più possibile focalizzarsi solo su ciò che è “vicino”. Le tecnologie digitali hanno permesso a Biorfarm di riuscire in questo scopo e questo ha permesso la sopravvivenza della start up anche durante il periodo di lockdown.

La strada da perseguire appare chiaramente quella diretta verso il digitale: soprattutto per quanto riguarda il Sud.

Molti non sono interessati o non sono proprio a conoscenza delle iniziative messe in atto per promuovere e incentivare il tessuto industriale in quelle regioni, ritendendo che il Nord sia comunque il territorio che offre più possibilità ai giovani che vogliono scommettere su sé stessi e sulle loro idee. Le nuove generazioni si sono dimostrate quelle meno tendenti a seguire gli stereotipi e in molti hanno indicato il Sud come un terreno fertile per la propria azienda, nonostante le maggiori difficoltà che si possono riscontrare. Il divario Nord-Sud, in conclusione, non è stato colmato nel 2020, come titolava il Corriere della Sera nel 1972, ma è innegabile che qualcosa inizi a muoversi: la politica inizia a considerare questo problema al di là della mera propaganda e i giovani sono più inclini a rimanere vicini al loro territorio o a cercare soluzioni che gli permettano di tornare a casa dopo aver preso parte all’esodo conosciuto come “fuga di cervelli”.

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